- Lettera agli elbani
- Le basi del NO!
- Una petizione e una proposta
- Come e dove firmare
LE AREE MARINE PROTETTE E L'ISOLA D'ELBA

LE BASI DEL NO ALL’ AMP DELL’ISOLA D’ELBA

- L’AMP, per legge, verrebbe affidata alla gestione dell’Ente Parco.
Anche dando la massima fiducia alla nuova Amministrazione ed al nuovo Consiglio Direttivo, credo che il Parco debba ancora affrontare e, si spera, risolvere, talmente tanti problemi “a terra” che aggiungere ulteriore carne al fuoco sarebbe quantomeno avventato e prematuro.
- La successione temporale prevista fra l’istituzione dell’AMP e l’emissione del relativo Regolamento, soprattutto guardando agli esempi pratici, comporta un alto numero di rischi: nelle AMP già istituite sono solitamente trascorsi anni prima dell’approvazione di Regolamenti, quasi sempre “provvisori per sempre”, con totale mancanza di informazioni chiare e conseguente disorientamento dei turisti come dei residenti; le norme attuative possono poi facilmente stravolgere qualsiasi “promessa” fatta in fase di istituzione, ampliando o modificando le zonazioni o i vincoli. Voi vi fidate?
- Le AMP prevedono, sempre e comunque, un’inaccettabile distinzione fra residenti e non residenti. Inoltre, sempre e comunque, si prevedono “autorizzazioni” che, come noto, spesso equivalgono a vessazioni e favoritismi, senza considerare le perdite di tempo per le immancabili trafile burocratiche. Ma qualcuno vuole capire che viviamo di turismo? Se andate al mare perché vi piace girare col gommone, fare immersioni o pescare, scegliereste un posto dove le regole del gioco sono chiare o dove rischiate di perdervi nei meandri della normativa, col pericolo di andare incontro oltretutto a multe salatissime?

Analizziamo ora la zonazione e le norme previste dalla bozza CDP:

Le zone A: “zone di riserva integrale, interdetta a tutte le attività che possano arrecare danno o disturbo all'ambiente marino. Sono consentite in genere unicamente le attività di ricerca scientifica e le attività di servizio.” (fonte: Ministero dell’Ambiente)

La proposta CDP non prevede zone A sull’Elba. Curiosamente, però, si mettono le mani avanti, chiedendo la declassazione di 4 attività da vietate ad autorizzate: balneazione, snorkeling, navigazione non a motore, ormeggio. Modificare qualcosa che non ci sarà sarebbe come detto, assai curioso. Le ipotesi pertanto sono due: o si suppone che un’AMP senza zone A non verrà mai accettata (non esiste, ad oggi, questa opzione in nessuna di quelle già istituite) e a tal proposito vorrei ricordare che il Presidente Tozzi ha dichiarato che “E’ impensabile un’area marina senza zone A” (Tenews, 04.05.2007), o si pensa di includere nell’AMP Pianosa e/o Montecristo, modificando le leggi attualmente in essere (ricordo che le due isole “vietate” NON sono AMP) e rendendole “zone A”. Nel primo caso, si tratterebbe pari pari di inganno ai danni dei cittadini: se ci raccontano che non faranno una cosa, e poi invece la fanno… beh, giudicate da soli. Ricordatevi però che nelle altre AMP, l’unica “concessione” che è stata finora fatta riguarda la balneazione dei residenti alle 5 terre, previa compilazione di un modulo di tre pagine..
Nel secondo caso, bisogna capire che le zone A sono concepite per una protezione assoluta, integrale e tassativa dello stato in essere delle cose. Andrebbero benissimo in qualche sperduta isoletta greca, mai antropizzata, rifugio per le delicatissime e sensibilissime foche monache (che a Montecristo, sia ben chiaro, NON CI SONO e mai più ci saranno). Ma sottomettere i nostri due gioielli più pregiati a norme “restrittive al contrario”, tali da vietare il ripopolamento attivo (reimmettere specie autoctone e presenti in zona a scopo di ripopolamento!), la messa in sicurezza di opere esistenti (dovesse crollare il moletto del porticciolo..), le barriere sommerse con funzione antistrascico (Dio sa quanto Pianosa ne avrebbe bisogno!), e perfino il restauro ambientale o il ripristino delle spiagge (sembra incredibile ma è purtroppo vero: è come se per tutelare un bosco, si vietasse di ripiantare alberi, magari bruciati in un incendio…), francamente mi sembrerebbe una sciocchezza colossale.

Le zone B: “ di riserva generale, dove sono consentite, spesso regolamentate e autorizzate dall'organismo di gestione, una serie di attività che, pur concedendo una fruizione ed uso sostenibile dell'ambiente influiscono con il minor impatto possibile. Anche le zone B di solito non sono molto estese.” (fonte: Ministero dell’Ambiente)
La proposta CDP prevede ben 9 zone B sull’Elba. Il fatto che siano “non molto estese” è soggettivo: ad occhio, tolta la grande zona C dell’Enfola, sembrerebbero più o meno estese come le zone C.
Qui inizia però il dedalo delle normative. Se nella “legge” originaria si pongono alcuni divieti e numerose “autorizzazioni”, ecco che nella proposta CDP il tentativo di ammorbidire le regole si rivela un boomerang che riesce unicamente a creare fastidi inutili senza per contro offrire benefici.
Cerco di spiegarmi, analizzando una ad una le singole voci:

Nautica: facciamo ora un esempio di come complicare la vita a noi ed ai nostri turisti, senza ottenere alcun beneficio pratico.
Con le modifiche apportate dalla CDP, la navigazione, tanto a vela quanto a motore, sarebbe sottoposta alle seguenti regole, valide sia in zona B che C: “consentita a 5 nodi entro 300 metri dalla costa, e a 10 nodi tra i 300 ed i 600 metri dalla costa, sempre in assetto dislocante.”
Tale dizione si ripete per ben 5 diverse norme: navigazione a remi, a pedali (hai bell’e planato..) ecc.; navigazione a motore; navi da diporto; visite guidate e trasporto passeggeri; mezzi di linea e di servizio. Che la velocità di navigazione o il tipo d’assetto di un’imbarcazione comporti sostanziali benefici per i pesci o per l’ambiente acquatico mi pare poco sostenibile. Ci sono tecniche di pesca alla traina che prevedono velocità sostenute e lenze calate a 10/15 metri dalla poppa, in piena “scia”. Certo, all’aumento della velocità corrisponde in genere un aumento del consumo di carburante, e di conseguenza, dell’inquinamento. Ma è anche vero che se inquino a 600 o a 650 metri dalla costa il risultato non cambia. Può essere vero, al contrario, che, a parità di distanza percorsa, un gommone in planata consumi, ed inquini, assai meno che in assetto dislocante.
Gli unici problemi, a questo punto, sono relativi al traffico estivo, che peraltro è veramente sostenuto per pochi giorni all’anno, e alla convivenza coi bagnanti.
Allo scopo, la Capitaneria emette ogni anno, all’inizio della stagione turistica, un’Ordinanza balneare che regolamenta tale convivenza, con norme in genere simili in tutta Italia e con la dovuta attenzione alle specifiche realtà locali.
Quest’anno (non mi ricordo di provvedimenti simili in passato, ma posso ovviamente sbagliare), in sovrappiù, è stata emessa l’Ordinanza n° 24/2007, relativa ai limiti di navigazione, valida da maggio a settembre, che recita:

a) È fatto obbligo alle unità da diporto propulse a motore di navigare a velocità non superiore a 10 nodi e con lo scafo in dislocamento nella zona di mare per una distanza di metri 500 dalle coste rocciose a picco sul mare e 1000 metri dalle spiagge.
b) È fatto divieto di navigare nella zona di mare per una distanza di 250 metri dalle spiagge e 100 metri dalle scogliere nella fascia oraria compresa fra le 8 alle 20.

A questo punto però, supponendo l’entrata in vigore delle norme AMP, e sommandole a quelle esistenti, un povero turista (noi residenti ci potremmo anche abituare..), col suo bravo gommone, nel 99% dei casi non dotato di contamiglia, né di carte nautiche, né di radar, né di GPS, dovrebbe calcolare “a occhio” la sua posizione, la sua velocità e la distanza dalla costa, oltre a determinare se si trova in zona protetta o meno…. Sempre che non si decida di piazzare svariate centinaia di boe a delimitare ogni singola zona, differenti per colore onde indicare zona B o C, con ulteriori boe a evidenziare i 300 ed i 600 metri dalla costa…..a quel punto, più che in un’area protetta, la sensazione sarebbe quella di trovarsi in una pista per go-kart durante una gara di gincana…
Certo, esiste anche una terza via: non porre segnalazioni e attendere al varco gli incauti trasgressori con punizioni esemplari: in genere, le sanzioni partono da 1.032,00 euro…
In particolare, tutta l’area di Portoferraio, fra zone B e C, lo Scoglietto che è B ma con norme a sé stanti, regolamenti portuali ecc., ci si troverebbe in una terrificante jungla di di norme differenti.
In alternativa, il nostro amico turista, invece di venire all’Elba, potrebbe andare all’Argentario: non avrebbe particolari problemi di velocità (io almeno non ho trovato Ordinanze al riguardo), non dovrebbe sapere se si trova in zona libera, B o C con conseguente calcolo della distanza da riva: dovrebbe semplicemente sottostare alla locale Ordinanza balneare che recita “Durante la stagione balneare, è vietato il transito di qualunque unità..nella zona di mare per una distanza di 200 metri dalle spiagge e 100 metri dalle scogliere”. E basta.

Navigazione navi da diporto, trasporto passeggeri e mezzi di servizio: Per le navi da diporto, sarei veramente sorpreso se qualche povero miliardario si prendesse la briga di perdere tempo a richiedere autorizzazioni di sorta per transitare in zona B. Girerebbe tranquillo come sempre in tutto il resto dell’isola. Anche il trasporto passeggeri o i mezzi di servizio (?) necessiterebbe di speciale “autorizzazione” per attraversare le zone B. Curioso, visto che le barche “normali” non ne avrebbero bisogno…

Ancoraggio: Proposta CDP: “consentito con la sola eccezione di aree particolarmente sensibili individuate e delimitate dall’Ente gestore.” Sembrerebbe una delle poche norme sensate. Peccato che si individui, nella mappa, UNA sola zona sensibile, assai vasta, con popolamenti di Posidonia assolutamente simili o inferiori ad altre zone. C’è un’importante settore a coralligeno, che occupa meno di un decimo dell’area indicata, ma biotopi altrettanto importanti in cui vietare l’ancoraggio sono fortunatamente presenti a decine in altri punti dell’Isola. E ne hanno trovato UNO solo?
In tutte le aree a coralligeno più rilevanti andrebbe vietato l’ancoraggio libero, posizionando corpi morti naturali per ormeggi fissi!

Pesca sportiva: la pesca sportiva è assoggettata a precise leggi. In particolare, è vietata la cattura di più di 5 kg. di pesce per pescatore, ed è vietata la vendita del pescato. Queste norme, se applicate, rendono certamente questa popolare attività sportivo-ricreativa decisamente poco impattante per l’ambiente marino. In zona B, fermo restando il divieto di pesca subacquea, secondo la proposta CDP verrebbero sostanzialmente declassati i vincoli originari: pesca (solo con lenze e canne) per i residenti consentita, e per i non residenti “autorizzata”.
Dell’assurdità della discriminazione fra residenti e Ospiti ho già detto nella mia prima lettera ai Sindaci: mordere la mano che ci nutre è stupido, vigliacco e controproducente. A complicare le cose, la CDP propone di “equiparare ai residenti i titolari di 2° case e i domiciliati per almeno 3 mesi”. Supponendo che il titolare di 2° casa sia il Sig. Rossi Mario: come valutiamo parenti, conviventi, fidanzate, amici che magari vivono nella predetta 2° casa?
E poi, per ottenere questa benedetta “autorizzazione”, basterà compilare un lungo e noioso formulario come alle 5 Terre o si dovrà pagare salato come nel Parco della Maddalena?

Pesca professionale: Abbiamo visto i limiti posti alla pesca sportiva. Ma non ci sono limitazioni alla “piccola pesca artigianale” per i residenti. Forse ci si immagina un vecchietto ponzese su di un barchettino a remi che cala 50 metri di tramaglio. La realtà è la seguente:

MINISTERO DELLE POLITICHE AGRICOLE E FORESTALI
DECRETO 14 settembre 1999 - Disciplina della piccola pesca. (GU n. 31 del 8-2-2000)
Per "piccola pesca" si intende la pesca artigianale esercitata per mezzo di imbarcazioni aventi lunghezza inferiore a 12 metri e comunque di stazza inferiore alle 10 TSL e 15 GT.

Solo a Marina di Campo ci sono almeno 15 pescherecci che rispondono a tali requisiti.
Ognuno di essi mette in mare da un minimo di 2.500 fino ad oltre 9.000 metri di tramagli.
Aggiungiamo le barche di Portoferraio, Marciana Marina e Porto Azzurro, solo per citare i porti con le flotte da pesca più importanti, e facendo una media per difetto di 4.000 metri a barca, abbiamo un potenziale di 240.000 (duecentoquarantamila) metri di rete calabili nelle zone B.
In queste condizioni, preoccuparsi di autorizzare il bolentino di un “non residente”, è evidentemente assurdo. E soprattutto: senza zone A e con libera pesca professionale in B e C, mi spiegate cosa pensiamo di proteggere??

Immersioni subacquee: la proposta CDP prevede la solita autorizzazione: sembrerebbe che il singolo sub possa ottenerla dall’Ente gestore, e poi andarsene tranquillo sott’acqua, o tramite un centro sub residente. In pratica, si aggiunge solo il fastidio dell’ennesima formalità burocratica.
A quale scopo? L’unica ipotesi è il solito tentativo di spillare quattrini.

Le zone C: “di riserva parziale, che rappresenta la fascia tampone tra le zone di maggior valore naturalistico e i settori esterni all'area marina protetta, dove sono consentite e regolamentate dall'organismo di gestione, le attività di fruizione ed uso sostenibile del mare di modesto impatto ambientale”. (fonte: Ministero dell’Ambiente)

La zonazione prevista dalla CDP dimostra quanto poco si sia capito di come è strutturata un AMP. Le zone C, sparse a caso quà e là non hanno nessun senso. Come fanno a fare da “fascia tampone”? Presenterebbero pochissime limitazioni, tutte ridicole: la già vista questione delle valocità nautiche, la sottilissima dissertazione sul numero degli ami di un palamito posto da un residente (la legge prevede già il massimale di 200 ami a barca: mi porto moglie e bimbo a bordo e sono a posto. E se sulla barca ci fosse un malefico “non residente”? Chi stabilisce se sta pescando o no? Può piantare gli ami nel sughero?) e il successivo divieto di palamiti e nasse per i soliti non residenti (intanto, tolto il turismo nautico, e in quel caso uno va tranquillamente a mettere il suo bel palamito fuori dalle zone protette, sono ben pochi i turisti che arrivano armati di nasse e palamiti per fare una settimana di vacanza… al massimo ci può essere qualche pensionato, che però ha quasi sempre la casa o sta più di tre mesi e diventa perciò “equiparato”).
La proposta di patentino per la pesca sub in zona C è poi una vera chicca: ma chi è il folle che affronterebbe il necessario iter burocratico solo per pescare in 12 aree particolari?? Se ne va a pescare nei restanti 9/10 dell’Isola, cernie comprese. E se ne frega!!!
Altrettanto geniale il ragionamento sull’acquacultura: intanto, vorrei sapere chi è il fesso che decide di allevare specie “non di pregio”.. e poi, con tutto lo spazio che rimane fuori dall’AMP, proprio in qualche zona C devo posizionare l’impianto?

Le zone D: Qui non posso citare il Ministero. Le zone D non esistono, al momento, in nessuna AMP. Erano state, giustamente, ipotizzate per l’Elba, forse perché ci si rendeva conto della assoluta incompatibilità fra la nostra isola e un AMP tradizionale.
La CDP, con l’evidente intento di evitare che tutto il perimetro dell’isola fosse in qualche modo sottoposto alla “giurisdizione” dell’Ente gestore, con conseguente rischio di perdita di poteri o conflitti, sul demanio in particolare, ha stabilito di eliminare la zona D, richiedendo al contempo l’istituzione di una fascia di rispetto di due miglia che allontanasse la pesca a strascico e a circuizione. In questo modo tutto ciò che è fuori dall'AMP ne è fuori. Questo, se per un qualunque motivo non passasse la norma “anti-strascico”, e autorevoli personalità come il Sindaco Peria hanno pubblicamente espresso fondati timori al riguardo, corrisponderebbe a cambiarsi i calzini senza lavarsi i piedi: chi o cosa impedirà ai "paranzellai" scorretti di continuare ad arare i bassifondi di Golfo Stella, Lacona o Campo, rendendo vana qualunque speranza di tutela?
Vorrei ricordare alcune caratteristiche di questo tipo di pesca: lo strascico, se attuato in maniera legale, dovrebbe essere limitato a fondali superiori ai 50 metri di profondità, e anche in quel caso, inevitabilmente vengono catturati migliaia di pesciolini che, non avendo valore commerciale o essendo vietato commercializzarli (la misura minima della triglia, ad esempio, è di 11 cm.) sono di norma ributtati in mare, ovviamente morti. Le reti, poi, arano in continuazione il fondo, asportando rocce ed alterando inevitabilmente l’habitat di molti animali marini.
In sovrappiù, la limitazione dei 50 metri di fondo viene spesso violata, soprattutto se la conformazione dei fondali, come ad esempio, guarda caso, in molte parti dell’Elba, consente di tenere la barca sui 50 mt. e la rete…. un bel po’ più in là!

Se invece la norma venisse attuata, volendo molto ottimisticamente ipotizzare che l’AMP porti ad un meraviglioso ripopolamento delle nostre acque, ecco che a qualunque peschereccio sotto i 12 metri, proveniente da Piombino o da Livorno, sarebbe assolutamente consentito venire a pescare in acque elbane, purchè rispetti gli strani confini delle aree protette.

Questi sono i fatti. Qualcuno vi verrà a dire che questo si cambia e quello si modifica, e bisognerebbe sapere se in meglio o in peggio.
Io credo che, dovendo scegliere un abbigliamento protettivo, è molto meglio acquistare casco, visiera, giubbotto, pantaloni, guanti e calzature adeguate al livello di protezione necessario rispetto ai rischi cui andiamo incontro. Frugare nella soffitta del nonno, cercando di adattare il casco da esploratore, la visiera antizanzare, stringere il giubbotto e allargare i pantaloni alla zuava, usare i guanti da sci per andare sott’acqua e le pinne al posto delle racchette da neve, non credo proprio sia saggio.